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Ricordi di un viaggio del 1936: la notte del Cesare Battisti a Massaua

Racconto di P.P. · pubblicato nel 2008 · Aggiornato a ottobre 2026

Un vecchio piroscafo a vapore all'ancora nella rada di Massaua al tramonto, con le luci del porto sul Mar Rosso

Nota storica. Questo è il ricordo personale di un lettore che nel dicembre 1936, a 15 anni, raggiunse Massaua, in Eritrea, con la madre e i fratelli. Pochi mesi prima l'Italia fascista aveva conquistato l'Etiopia con una guerra di aggressione, condotta anche con l'uso di gas tossici e seguita da una dura repressione: Eritrea, Somalia ed Etiopia formavano allora l'Africa Orientale Italiana, che durò fino al 1941. Le espressioni dell'epoca che compaiono nel testo («legionari», «Impero», il viceré Graziani, i sabotaggi attribuiti agli inglesi) riflettono il clima di quegli anni e il punto di vista dei passeggeri, non un giudizio della redazione. Il testo è pubblicato come testimonianza.

L'arrivo nella rada

La velocità era stata ridotta al minimo. Il piroscafo sembrava immobile. Le vibrazioni, ossessive e interminabili per giorni e notti, erano quasi scomparse. Le luci di terra si avvicinavano lentamente: si entrava nella rada di Massaua.

23 dicembre 1936, sera.

A bordo l'attività era frenetica: molti passeggeri si erano affacciati per seguire le manovre d'arrivo che avrebbero condotto all'attracco. I "legionari fascisti", in tenuta coloniale e col caratteristico casco di sughero, si preparavano a sbarcare. In plancia, vicino al comandante, era salito Leonardo Gana, segretario federale di Asmara, in sahariana bianca. Don Catello Castellani, cappellano militare col grado di capitano, si muoveva tra militi e passeggeri, salutando tutti. Anche lui sbarcava a Massaua.

Nell'austero salone di prima classe i grossi ventilatori giravano pigri, cercando di rinfrescare l'aria calda e umida. Un proverbio dice: Aden è un forno, Gibuti una fornace, Massaua l'inferno. Otto giorni prima, a Napoli, pioveva e faceva freddo.

Il viaggio era stato abbastanza tranquillo. Al tavolo del comandante, dove con altri sedevano Gana e don Catello, si era parlato di tante cose, anche degli atti di sabotaggio che, si diceva, gli inglesi tentavano sempre pur di intralciare l'Italia, speranzosa di divenire una potenza coloniale: carichi che finivano in mare, pietre nel carbone per le caldaie, scatolette di cibo avariato, ritardi nell'attraversamento del Canale di Suez, in Egitto. Erano cose di tutti i giorni.

Il "Cesare Battisti" sarebbe rimasto a Massaua tre giorni, poi avrebbe raggiunto Gibuti, per sbarcare persone e merci destinate ad Addis Abeba. Da Gibuti partiva la ferrovia che, col direttissimo, in circa ventiquattro ore portava alla capitale dell'Abissinia. Eritrea, Somalia ed Etiopia costituivano allora l'Africa Orientale Italiana, divisa in governatorati, con a capo il viceré (a quell'epoca Graziani).

L'esplosione

La nave, che andava accostandosi sempre più al molo, improvvisamente è squassata da una violenta esplosione. Le luci di bordo si spengono, si sparge un odore acre di fumo, appesantito da getti di vapore che arrivano da ogni parte; scricchiolii agghiaccianti, lo scrosciare impetuoso dell'acqua che invade le stive.

Le donne a bordo, in genere mogli che raggiungevano i mariti e cameriere, gridano. Qualche bambino, impaurito, piange. La gente corre disordinatamente, gli ordini s'incrociano nervosamente, insieme a imprecazioni e bestemmie. I mobili, le sedie, i tavolini, divelti dai fermi che li bloccavano, scivolano sul pavimento verso dritta, insieme a suppellettili, piatti, bicchieri, a tutto quello che può rotolare. Le scialuppe di destra non si riescono a raggiungere; quelle di sinistra rischiano di cadere sulla nave, che va sempre più inclinandosi.

Vengono gettati in mare gli zatteroni di sughero e le ciambelle di salvataggio. La riva non è molto lontana. Qualcuno, anche se ferito, si getta in acqua. Stanno giungendo i soccorsi: le imbarcazioni delle navi alla fonda e della Capitaneria. Il sangue dei feriti attira gli squali che infestano quelle acque e che si spingono fin dentro il porto in cerca dei rifiuti gettati dalle navi.

Gli ufficiali raccomandano la calma, raccomandano di usare le corde per calarsi nelle scialuppe, ammoniscono a non gettarsi in mare. Il panico, però, non consente di ragionare. Molti di quegli uomini, i militi, hanno visto il mare solo al momento d'imbarcarsi, a Napoli. Vengono dalla Sila, dall'Abruzzo. Si tuffano anche se non sanno nuotare. Qualcuno riesce faticosamente ad avvicinarsi agli zatteroni, alle scialuppe, ma a volte scompare come risucchiato dall'acqua. Più dilaga il sangue nell'acqua, più accorrono i pescecani.

Il "Cesare Battisti" si adagia completamente sul fianco destro, con la parte sinistra affiorante, e il mare continua a invaderlo con fragore assordante.

La cabina numero 13

La nostra cabina, numero 13, è quasi sotto il salone delle feste dove ci troviamo al momento dello scoppio, sul lato sinistro della nave. Sediamo intorno a un tavolo: mia madre, 36 anni, io, 15, mio fratello, 11, mia sorella, 5.

Aiutati dai marinai, riusciamo a liberarci del pesantissimo tavolo che ci è caduto addosso. La mamma, dolorante, resta sdraiata sul pavimento; mio fratello e mia sorella vengono portati sulla passeggiata di sinistra, dove è sempre più difficile restare in equilibrio. In quel momento mi viene in mente che in cabina, nell'armadio, è conservata "la borsa"... con i soldi, i gioielli... Bisogna recuperarla.

Siamo in una situazione impossibile. Nulla è più in piano, né l'assito della passeggiata né le pareti, che sono oblique. Non si riesce a restare in piedi. Si cerca di capire cosa sia accaduto, cosa debba ancora succedere.

Si avvicinano due marinai in canottiere che un tempo erano state bianche, con la scritta "Tirrenia-Lombardia": sono dell'equipaggio di un piroscafo attraccato alla banchina. Da terra, dalle navi, dalle postazioni militari, fasci di luce esplorano il "Cesare Battisti" e le acque intorno. Gli uomini ci guardano, prendono in braccio la piccola, che ha sul volto le tracce di qualche ammaccatura, tendono la mano al ragazzo col viso rigato dal sangue che gli cola dal capo, dicono che manderanno una lettiga per la donna distesa sul pavimento inclinato. Io posso camminare, non ho lesioni. Dopo qualche minuto arrivano dei soldati della sanità con una barella e delle cinghie. Adagiano mia madre sulla barella, la assicurano con le cinture e con pericolose acrobazie riescono a calarla in una scialuppa. "Scendi anche tu", mi dicono, e mi indicano una scaletta di corda.

Giù, nella nave inclinata

Mi torna in mente la borsa nell'armadio. Non sapevo cosa fare. Il rumore dell'acqua era incessante. Qui c'era la luce dei riflettori, ma giù? Mi guardai intorno. La teca d'emergenza era rotta, il tubo della manichetta antincendio pendeva, dondolando. Dentro la teca c'era una torcia elettrica ricoperta di gomma. Provai ad accenderla: funzionava.

Ora dovevo ricordare esattamente il percorso per scendere in cabina. Lo scalone era nel salone delle feste. Fu relativamente facile muoversi nella grande sala, ma non altrettanto scendere gli scalini messi di traverso, quasi verticali: era meglio usare la balaustra come una scala a pioli. Nel corridoio c'era acqua. La luce della torcia mi fece vedere degli strani vuoti sotto il livello dell'acqua, a distanze regolari. Mi ci volle un po' per capire che erano le cabine del lato sommerso, con le porte aperte, nelle quali rischiavo di cadere.

Il problema, pensai, era come aprire la porta della cabina numero 13, sul lato opposto: bisognava sollevarla come una botola. Quando tentai di farlo, la porta, scardinata, quasi mi venne addosso. Andò a finire nell'acqua e si mise a galleggiare. Dalla cabina caddero materassi, sedie, bagagli. Per difendermi da questa pioggia stavo per perdere la torcia, che avevo infilato nella cintura dei pantaloni. Riuscii a entrare. L'armadio non c'era più; poi capii che era stato scaraventato sulla parete opposta. Era lì, con un'anta aperta e tutti i cassetti spariti (erano tra le cose piovutemi addosso). Aprii l'anta dei vestiti. La borsa era al suo posto, più grigia che mai.

Bisognava portarla fuori, ma con la torcia in una mano e la borsa nell'altra non potevo muovermi, non sapevo come sorreggermi per superare gli ostacoli e vincere la pendenza. Per tornare su servivano mani e piedi. Dall'oblò pendevano i cordoncini delle tende.

Rimisi la borsa nell'armadio e mi legai la torcia all'avambraccio sinistro. Niente da fare, avevo sbagliato: dovevo legarla sopra il gomito, altrimenti il fascio di luce si sarebbe spostato muovendo la mano. La borsa l'avrei messa sulle spalle, come uno zaino, legata con una di quelle provvidenziali cordicelle. Non ci riuscii. Slegai la torcia e la appoggiai sulla cuccetta. Vidi dei cuscini, tolsi due federe, le misi l'una nell'altra e dentro vi posi la borsa; col cordoncino legai le federe a sacco, me lo misi sulle spalle e lo fermai passando parte del cordoncino intorno alla vita, tornai a legare la torcia al braccio e cominciai la strada del ritorno. Il caldo era diventato insopportabile, c'era anche del fumo. Ero zuppo da capo a piedi.

Per muovermi dovevo eseguire una manovra attenta e laboriosa: vedere dove aggrapparmi, dove mettere i piedi. Non so quanto ci volle per risalire all'aperto. Mi parvero secoli. L'aria calda e umida della notte mi sembrò un salutare refrigerio. La scaletta di corda era sempre al suo posto, ma le mani mi tremavano. Avevo paura di cadere. Non vedevo nessuno. Cominciai a scendere lungo la fiancata, fino al bordo dell'acqua.

All'ospedale

La scialuppa che mi portò a terra era semivuota: sul fondo, due ustionati che si lamentavano. Un'ambulanza ci portò all'ospedale, dove i feriti aumentavano di momento in momento. Medici, infermieri e volontari si prodigavano senza sosta a tagliare gli abiti, a medicare, a coprire con un lenzuolo chi aveva finito di soffrire.

Mi dissero che la signora con i due bambini era dietro quella tenda bianca e chiedeva continuamente del figlio che non l'aveva seguita quando era stata portata via in barella. Era lì, sudata ma senza apparenti segni di sofferenza sul volto. Al suo fianco, su una sedia, con la testa fasciata, mio fratello; dall'altro lato, in un lettino di fortuna, dormiva mia sorella.

Non ci parlammo, limitandoci a guardarci negli occhi. Le presi la mano.

"Sto bene", mi disse, "un po' pesta. Domani, però, non potrò farti lo strudel per il tuo compleanno."

Avevo ancora il fagotto sulle spalle. Lo tolsi, lo aprii. Quando vide la borsa, gli occhi le si riempirono di lacrime. Volle che le mostrassi il pendentif che indossava il giorno delle sue nozze. Mi strinse forte la mano: "Mi sarebbe spiaciuto perderlo."

Richiusi tutto e misi la borsa vicino a lei, per terra.

Non avremmo mai più rivisto, insieme, quelle cose.

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