Di Savino Larosa · scritto nel 2015 · Aggiornato a ottobre 2026
Ventidue giorni d'estate in auto in Spagna, nel 2015, con due bambine di 4 e 9 anni: dal traghetto per Barcellona a Tarragona, Valencia, Granada, Siviglia, Cordova, una settimana di mare sulla costa valenciana e il ritorno. Un diario di viaggio scritto tappa per tappa.
Si riparte… La Spagna ormai ci è entrata nel cuore: dopo l'esperienza dell'anno scorso, anche quest'anno la nostra meta sarà la penisola iberica. Nel 2014, partendo da Barcellona, abbiamo visitato, oltre a Barcellona, Montserrat, Saragozza, Madrid e Valencia; infine, prima di tornare a Barcellona, ci siamo fermati per sei giorni a L'Ametlla de Mar, una località balneare.
Quest'anno invece ci siamo spinti più a sud, visitando gran parte dell'Andalusia, e precisamente Granada, Siviglia e Cordova, oltre a tornare a Valencia. Come tappa di sosta iniziale ci siamo fermati per un solo giorno a Tarragona e, come sosta balneare, abbiamo trascorso sette giorni a Canet d'En Berenguer, in provincia di Valencia.
L'avventura inizia dal porto di Civitavecchia il 29 luglio, quando alle 22.15 la nostra nave lascia il porto. Amo viaggiare con lentezza, amo vivere ogni attimo e contemplare ogni luogo che visito, quindi anche navigare per me fa parte del viaggio: osservare la terra che si allontana per poi sparire e lasciare spazio a un'infinità di acqua mi emoziona. Alle 18.30 del 30 luglio arriviamo a Barcellona e già i ricordi dell'anno precedente cominciano a riaffiorare, come fosse ieri. Lasciamo il porto in direzione sud e raggiungiamo Tarragona, sulla costa, a un centinaio di chilometri da Barcellona: è una tappa "tecnica", perché dovendo andare a Valencia è comodo fermarsi a Tarragona per la notte e riprendere il viaggio l'indomani.
Il giorno seguente, 31 luglio, decidiamo di visitare l'Anfiteatro romano e la Cattedrale: naturalmente la città offre molto di più, ma il tempo a disposizione è poco. Lasciamo l'auto nel parcheggio sotto il mercato centrale di Tarraco (così si chiamava Tarragona in epoca romana) e ci incamminiamo lungo la Rambla Nova, dove si trova il monumento ai castellers, interamente in metallo, che raffigura i castelli umani tipici di Tarragona e della Catalogna: gruppi di decine di persone che formano una torre verso il cielo, con alla base gli uomini più possenti e in cima i bambini. Le squadre dei diversi quartieri e paesi si sfidano durante le feste e in un grande concorso che si tiene a Tarragona ogni due anni (un po' come il Palio di Siena).
In fondo alla Rambla Nova c'è il Balcone del Mediterraneo, così chiamato perché la strada finisce contro una ringhiera da cui ci si affaccia sul mare. Svoltando a sinistra si trova l'Anfiteatro romano, anch'esso affacciato sul mare. L'edificio di forma ovale fu costruito nel II secolo d.C. e parte delle gradinate è stata ricavata direttamente nella roccia; misura circa 109 metri per 86 e poteva accogliere circa 14.000 persone. Qui si tenevano i combattimenti tra gladiatori e anche alcune esecuzioni pubbliche, come quella del vescovo Fruttuoso e dei suoi diaconi, bruciati vivi nel 259 d.C. (brutta storia).
Lasciamo l'anfiteatro e raggiungiamo la Cattedrale di Santa Maria, iniziata nel XII secolo sui resti di un'antica basilica e di una moschea. È costruita in uno stile di transizione dal romanico al gotico, con una pianta a croce latina a tre navate; all'incrocio con il transetto si eleva un tiburio ottagonale e le tre navate terminano in altrettante absidi. Sulla facciata principale si fanno notare un bellissimo rosone e i due portali romanici del XII secolo; sulla colonnina del portale centrale c'è la statua della Madonna con il Bambino. All'interno da segnalare la quattrocentesca pala dell'altare maggiore, opera di Pere Johan, con le sculture in alabastro policromo della Madonna, di Santa Tecla e di San Paolo. Tra le più belle espressioni del gotico custodite qui ci sono il sepolcro dell'arcivescovo vicino all'altare maggiore e la trecentesca cappella di Santa Maria. Oltre alla Cattedrale visitiamo anche il Museo Diocesano, dove si possono ammirare la collezione di arazzi tessuti a Bruxelles e la pala d'altare di Jaume Huguet.
Lasciamo la Cattedrale e con essa Tarragona, e continuiamo il viaggio verso Valencia, 260 chilometri più a sud. Arriviamo in hotel verso le 18 e subito dopo il check-in andiamo a rinfrescarci in piscina (ricordo che viaggiamo con due bambine di 4 e 9 anni: bisogna accontentarle).
La mattina seguente, primo agosto, iniziamo il nostro giro a Valencia. La città era già stata nostra meta l'anno passato, ma abbiamo deciso di tornarci per visitare alcune cose tralasciate nel 2014, oltre a rivedere il Bioparc e la Città delle Arti e delle Scienze (il Bioparc, il mega acquario dell'Oceanogràfic e lo spettacolo dei delfini affascinano i bambini, molto meno il sottoscritto).
Andiamo alla Città delle Arti e delle Scienze. Il complesso sorge nel vecchio letto del fiume Turia e copre una superficie di circa 350.000 metri quadrati; la costruzione ebbe inizio nel 1996 su progetto degli architetti Santiago Calatrava e Félix Candela. Calatrava ha disegnato anche il vicino ponte, chiamato appunto ponte di Calatrava, anche se il suo vero nome è Pont de l'Assut de l'Or. Raggiungiamo l'Hemisfèric, che ricorda la forma di un occhio umano, prenotiamo il nostro spettacolo "I misteri dell'universo" e, dopo uno spuntino veloce, entriamo a godercelo: la proiezione avviene su un maxischermo di 900 metri quadrati, praticamente l'intero soffitto a cupola.
Terminata la proiezione, ci spostiamo nel Museo delle Scienze, un complesso di tre piani con mostre permanenti e temporanee: un vero museo interattivo, con molti esperimenti di elettricità, domotica, energia cinetica, forza di gravità. Qui ci siamo divertiti davvero, oltre ad aver imparato alcune nozioni di fisica. Infine passiamo all'Oceanogràfic, uno dei più grandi acquari d'Europa, un parco in gran parte all'aria aperta di 110.000 metri quadrati, dove sono rappresentati i principali ecosistemi marini del pianeta con migliaia di animali di centinaia di specie diverse. C'è anche un delfinario, dove ci fermiamo a vedere lo spettacolo dei delfini, sempre per la gioia delle bambine (io sono contrario). Usciamo da questo enorme complesso al tramonto e non ci resta che rientrare in hotel.
Il giorno seguente, 2 agosto, andiamo al Bioparc, il giardino zoologico alla periferia nord-ovest della città. È progettato secondo i moderni principi della "zoo-immersione", in modo da ridurre al minimo l'impatto visivo delle barriere che separano i visitatori dagli animali: spesso si ha la sensazione di trovarsi direttamente al loro cospetto, quasi di entrare nel loro habitat, e in alcuni punti ci si trova sotto il pelo dell'acqua e si osservano gli animali acquatici attraverso ampie vetrate. Il Bioparc è stato inaugurato nel febbraio 2008, sullo stesso terreno dove sorgeva il vecchio zoo, e ospita animali del continente africano in grandi spazi che riproducono la savana secca, la savana umida, la foresta equatoriale e il Madagascar.
Trascorriamo l'intera mattinata al Bioparc; nel pomeriggio raggiungiamo Plaza de la Reina, nel cuore antico e pulsante di Valencia, e dopo una "sosta gelato" visitiamo la Cattedrale, dedicata all'Assunzione di Maria: fu consacrata nel 1238 dal primo vescovo di Valencia dopo la Reconquista, sul luogo dell'antica moschea, che a sua volta sorgeva dove c'era stata la cattedrale visigota. Usciti dalla Cattedrale, ci spostiamo in Plaza de la Virgen, dove ammiriamo e fotografiamo la fontana del Turia.
Come ultima tappa della giornata visitiamo i Giardini del Real (Viveros), cornice di numerose manifestazioni: ospitano numerose varietà di fiori e piante, con in evidenza il roseto, un grande spazio circolare con centinaia di rose di vari colori, un laghetto con cascata e alberi rigogliosi, oltre a begonie, cactus, azalee, cipressi e palme; i giardini sono abbelliti da statue, fontane e aree giochi. Terminata la visita, ci fermiamo a cena in un locale poco dopo le Torres de Serranos, un'antica porta con due torrioni laterali che insieme alle mura delimitava la città, e poi rientriamo in hotel.
La mattina del 3 agosto lasciamo Valencia per raggiungere, a 500 chilometri di distanza, la mitica città di Granada. La distanza è notevole, ma le strade in Spagna sono ottime, quindi il viaggio non ci pesa più di tanto. Granada è circondata dal massiccio della Sierra Nevada, dichiarato dall'UNESCO riserva della biosfera nel 1986; il Mulhacén, con i suoi quasi 3.500 metri, è la montagna più alta della penisola iberica.
Arriviamo a Granada verso le 17.30 e raggiungiamo il nostro hotel in pieno centro storico: di fronte c'è la Cattedrale e alle spalle il famoso quartiere arabo dell'Albaicín. Dopo una doccia rigenerante usciamo per cena e ci inoltriamo tra le viuzze del quartiere arabo.
La cucina di Granada, come in tutta l'Andalusia, è molto varia e i piatti sono ricchi di verdure: insalata, pomodori, porri, cetrioli, mais, cipolle, carote. Con queste verdure, per esempio, si prepara la pipirrana, con le verdure tagliate a dadini e condite con olio, aceto e sale; un altro piatto tipico a base vegetale è il gazpacho, dove però le verdure sono frullate: ve lo consiglio perché è fresco e saporito. In particolare a Granada potete assaggiare la tortilla del Sacromonte, una frittata con prosciutto e frattaglie, il cui nome deriva dal monte che sovrasta l'Albaicín; la paella alle verdure o di carne; le fave con prosciutto (habas con jamón); le patatas a lo pobre e il capretto all'aglio. Noi prendiamo una paella di carne da dividere e un'insalatona con huevo… oltre a due cervezas freschissime.
Il 4 agosto, dopo colazione, raggiungiamo la Cattedrale dell'Incarnazione: la cupola è decorata con vetrate di grande bellezza e all'interno ammiriamo sculture e dipinti di Alonso Cano, fra cui spicca l'Immacolata; belli anche i bassorilievi della Fede e della Giustizia. La facciata principale è barocca. Usciti dalla Cattedrale, prendiamo un trenino turistico per ammirare la città: percorre parte dell'Albaicín, gira intorno all'Alhambra e attraversa il bosco sottostante.
Finito il giro, zaino in spalla, alle 13 entriamo dalla Cuesta de Gomérez nel grande complesso dell'Alhambra. Prima di giungere nella parte alta ci fermiamo nel bosco per uno spuntino, ma più che mangiare abbiamo continuamente bisogno di bere: gli oltre 40 gradi si fanno sentire, anche se il clima è molto secco. Recuperate un po' di energie, raggiungiamo la sommità dell'Alhambra e cominciamo dal Palazzo di Carlo V, voluto dall'imperatore dopo le nozze con Isabella di Portogallo nel 1526: una struttura imponente a pianta quadrata con all'interno un cortile circolare.
L'Alhambra, essendo una vera e propria città antica (una medina) autonoma da Granada, aveva al suo interno tutto ciò che serviva alla vita quotidiana: scuole, moschee, botteghe. Naturalmente oggi molto di ciò che c'era è stato adattato al turismo, con negozi e anche due alberghi.
Passo dopo passo arriviamo al palazzo e ai giardini del Generalife, costruiti durante il regno di Maometto III (1302-1309) e ridecorati poco dopo da Ismail I. Il complesso comprende il Patio de la Acequia (la corte del canale), con una lunga vasca contornata da aiuole, fontane, colonnati e padiglioni, e il Jardín de la Sultana, o corte dei cipressi. In origine il palazzo era collegato all'Alhambra da un camminamento coperto che superava il burrone che li divide. Il Generalife è uno dei più antichi giardini moreschi sopravvissuti; i giardini odierni vennero iniziati nel 1931 e completati da Francisco Prieto Moreno nel 1951. I sentieri sono pavimentati nel tipico stile di Granada, con un mosaico di ciottoli: quelli bianchi provengono dal fiume Darro, quelli neri dal Genil.
Torniamo sui nostri passi e ci avviciniamo ai Palazzi Nasridi, il cuore del complesso, formato dal Mexuar, dal Palazzo di Comares e dal Palazzo dei Leoni. L'ingresso è a fasce orarie: il nostro è per le 18, quindi ci mettiamo in fila e dopo qualche minuto entriamo. Subito dopo l'accesso si trova la sala del Mexuar, una delle più antiche, usata per le udienze importanti; a seguire il Patio del Cuarto Dorado, il Patio de los Arrayanes, la Sala de la Barca, il Salón de Comares o de los Embajadores, la Sala de los Mocárabes e il Patio de los Leones. Tutti molto belli, ma descrivere ogni singolo patio o stanza sarebbe troppo lungo.
Molto bella è anche la Fontana dei Leoni: secondo alcuni studi i leoni proverrebbero dalla casa del visir ebreo Samuel ibn Naghrela, che li avrebbe donati al sultano; sarebbero dell'XI secolo e rappresenterebbero le dodici tribù di Israele, e due di loro, con un triangolo inciso sulla fronte, indicherebbero le tribù elette di Giuda e di Levi. Sul bordo della vasca sono incisi i versi del ministro e poeta Ibn Zamrak.
Infine visitiamo la Sala de los Abencerrajes e la Sala de los Reyes, che occupa tutto il lato orientale del cortile e prende il nome dalle pitture che decorano la volta della stanza centrale. È divisa in tre stanze uguali e due più piccole che, si presume, servivano da ripostigli, per la loro posizione e la scarsa illuminazione. Nella volta centrale i dipinti rappresentano i primi dieci sovrani di Granada dalla fondazione del sultanato: quello con la barba rossa sarebbe Muhammad ibn Nasr, detto al-Ahmar (il Rosso), fondatore della dinastia dei Nasridi. Sulle volte laterali le decorazioni raffigurano cavalieri e dame e risalgono alla fine del XIV secolo, frutto di un vero interscambio artistico con la Castiglia, dove il re Pietro I faceva intanto ricostruire l'Alcázar di Siviglia.
Le pitture sono realizzate con una tecnica molto complessa: sull'armatura in legno della volta si stendeva cuoio bagnato con colla e acqua, fissato con piccoli chiodi di stagno per evitare l'ossidazione; sul cuoio si stendeva uno strato di gesso, poi si disegnava con un punteruolo e si dipingeva. Dopo la Sala de los Reyes lasciamo i Palazzi Nasridi e l'Alhambra, raggiungiamo l'hotel e, dopo una doccia rinfrescante, riscendiamo per cena.
La mattina del 5 agosto, dopo colazione, salutiamo Granada e raggiungiamo la splendida Siviglia, 250 chilometri più a ovest e a meno di 150 dal confine con il Portogallo. Dopo due giorni di visite forzate e continue decidiamo, per la gioia delle nostre bimbe, di restare in piscina per tutto il pomeriggio e di andare in centro solo verso le 20 per la cena (giornata relax).
Il 6 agosto, carichi come tori, raggiungiamo la Plaza de Toros per visitare la Real Maestranza, una delle arene più antiche e celebri di Spagna, che può contenere circa 12.000 persone. La costruzione cominciò nel Settecento sulla collina del Baratillo, dove prima c'era un'arena rettangolare, e durò più di un secolo: fu completata solo nel 1881. Visitiamo l'intero edificio, che oltre alla pista e al Palco del Príncipe, la loggia riservata alla famiglia reale, comprende l'infermeria dove venivano portati i toreri feriti, le tribune, le stalle, i corridoi e anche una cappella. All'interno c'è il museo taurino, che conserva i ricordi e i fasti della tauromachia sivigliana.
Dopo la Maestranza raggiungiamo la splendida e immensa Cattedrale di Siviglia, la più grande cattedrale gotica del mondo e una delle chiese più grandi in assoluto. Nel 1433 iniziò la demolizione della vecchia moschea, già adattata a chiesa, e subito dopo si cominciò a edificare l'attuale Cattedrale di Santa María de la Sede, conclusa circa 75 anni più tardi. Alla costruzione hanno contribuito diversi stili architettonici: dopo il periodo gotico, nel Rinascimento si costruirono alcune dipendenze come le sacrestie; in epoca barocca fu edificata la parrocchia del Sagrario; infine, in epoca neogotica, furono restaurate alcune parti gotiche.
Oltre allo splendore della Cattedrale ammiriamo la Giralda, l'antico minareto che oggi fa da campanile; dal 1987 la Cattedrale, l'Alcázar e l'Archivio delle Indie sono patrimonio dell'umanità UNESCO. La torre, alta circa 104 metri, ha la base quadrata con lati di circa 13,6 metri. Non ci resta che salire: in cima, dopo 35 rampe, il panorama su Siviglia è spettacolare. Si dice che nella costruzione siano state usate rampe al posto dei gradini perché il muezzin potesse salire in sella al suo cavallo. La Giralda fu costruita sul modello del minareto della moschea Koutoubia di Marrakech, mentre la parte superiore con le campane è rinascimentale.
Ci fermiamo per uno spuntino, recuperiamo un po' di energie e subito dopo ci dirigiamo verso il Real Alcázar (alcázar, dall'arabo, significa palazzo), uno dei palazzi reali di Siviglia. Sorge sui resti dei palazzi dei sovrani musulmani di al-Andalus e fu in gran parte ricostruito da Pietro I di Castiglia, detto il Crudele, che dal 1364 impiegò maestranze musulmane per costruire il proprio palazzo in stile arabo, il cosiddetto stile mudéjar.
Entriamo in questo spettacolare edificio: molto bello il Patio de las Doncellas, con al centro una grande vasca rettangolare circondata da giardini; il nome richiama la leggenda secondo la quale i sovrani musulmani pretendevano dai regni cristiani, come tributo, cento fanciulle vergini ogni anno. Un altro luogo molto caratteristico sono i Bagni di Doña María de Padilla, cisterne per l'acqua piovana sotto il Patio del Crucero, che prendono il nome dalla donna amata da Pietro I. Qui si sente spesso raccontare la leggenda della nobildonna che, corteggiata dal re che ne aveva fatto uccidere il marito, si sfigurò il viso con l'olio bollente per respingerlo e si ritirò in convento: secondo la tradizione sivigliana, però, la protagonista di questa storia fu María Coronel, ancora oggi simbolo di purezza in città. Dopo l'Alcázar raggiungiamo l'hotel per rinfrescarci e subito dopo torniamo in centro per la cena.
La mattina del 7 agosto il nostro obiettivo principale è Plaza de España; prima però, avendo l'auto al seguito, visitiamo alcune attrazioni nella periferia della città. Cominciamo dal Padiglione della Navigazione, sulle rive del Guadalquivir, che faceva parte dell'Esposizione universale del 1992: all'interno sono esposti diversi modellini di imbarcazioni, dalle più antiche alle più moderne, e ci sono bellissimi giochi interattivi, come un simulatore per governare una nave. Oltre al museo saliamo sulla torre panoramica, alta 65 metri, e ci godiamo la vista su Siviglia. Lasciamo la zona dell'Expo 92 e raggiungiamo il Centro andaluso di arte contemporanea (che ci ha deluso); al termine della visita ci spostiamo sull'altro lato della città e visitiamo l'Acquario di Siviglia, che al contrario di quanto ci aspettavamo è davvero carino (anche se io i pesci li lascerei liberi).
Raggiungiamo il Parque de María Luisa, dove ci fermiamo per riposarci: questi giardini sono il luogo ideale per trovare riparo dal sole dell'Andalusia, e sono praticamente il proseguimento di Plaza de España, nostra prossima meta. Erano parte dei giardini privati del Palacio de San Telmo, e nel 1893 la duchessa María Luisa di Montpensier li donò alla città. Nel 1929, in occasione dell'Esposizione iberoamericana, subirono notevoli modifiche, e per l'evento l'architetto Aníbal González costruì gli edifici espositivi, Plaza de España e Plaza de América, che furono tra le principali attrattive dell'esposizione.
Usciamo dal verde ed ecco davanti a noi la maestosità di Plaza de España, uno degli spazi più spettacolari della città e dell'architettura neomoresca: la superficie totale è di circa 50.000 metri quadrati. La piazza, semicircolare, ha un diametro di circa 170 metri e vuole rappresentare l'abbraccio della Spagna alle sue antiche colonie; guarda verso il Guadalquivir, a simboleggiare la strada da seguire per l'America. È decorata con mattoni a vista, marmo e ceramica, che danno un tocco rinascimentale e barocco alle sue torri. Fu l'opera più costosa dell'esposizione; l'unico elemento estraneo al progetto originale è la fontana centrale, criticata da molti perché rompeva la sensazione di vuoto della piazza. Il canale, lungo oltre mezzo chilometro, è attraversato da quattro ponti che rappresentano gli antichi regni di Spagna. Lungo le pareti si susseguono panchine e ornamenti in ceramica dedicati alle province spagnole, in ordine alfabetico, con mappe, mosaici di eventi storici e stemmi di ogni capoluogo. Alla fine dell'esposizione la piazza era destinata all'Università di Siviglia, ma passò presto al governo militare e divenne sede della Capitanía General; anni dopo ospitò anche la delegazione del Governo centrale in Andalusia e il Museo militare.
Dopo un'intensa giornata di visite possiamo dirci soddisfatti di aver appagato la nostra sete di cultura; ora non ci resta che deliziare il palato, e la cucina sivigliana, raffinata, leggera e ricca di prodotti freschi della terra e del mare, fa per noi. Le ricette sono semplici e genuine, spesso impreziosite da un uso sapiente delle spezie, eredità dei secoli di dominazione musulmana: cumino, coriandolo, aglio, prezzemolo, finocchietto sono presenti in molti piatti della tradizione, ma ormai ci siamo abituati, perché anche a Granada le spezie la fanno da padrone. Dopo cena rientriamo in hotel.
Siamo quasi a metà della nostra avventura in Andalusia. L'indomani, 8 agosto, lasciamo Siviglia e, tornando verso est, raggiungiamo a 140 chilometri di distanza la spettacolare città di Cordova. Alloggiamo in un hotel a qualche chilometro dal centro, in una deliziosa zona residenziale circondata dal verde, con una favolosa piscina, prato all'inglese e palme ad alto fusto: non ci resta che rilassarci. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo in auto il quartiere ebraico per un giro di perlustrazione. L'idea era di tornare in hotel per la cena, ma una volta immersi nel centro storico cambiamo subito idea: quei ristorantini ricavati nei patii di antiche case arabe, dipinte di bianco, ocra, turchese e porpora, non ci lasciano più andare via, e restiamo a cena.
Il 9 agosto torniamo nel quartiere ebraico: oltrepassiamo le mura dalla Puerta de Almodóvar e percorriamo calle Judíos, diretti verso la Mezquita, oggi Cattedrale. Prima però visitiamo la Sinagoga, che si trova proprio in questa via: costruita nel 1315, è una delle tre sinagoghe medievali ancora esistenti in Spagna (le altre due sono a Toledo). Fino al 1492, anno del decreto di espulsione degli ebrei, la Spagna era uno dei grandi centri della vita ebraica in Europa. La sinagoga fu costruita in stile mudéjar da Isaq Moheb per la comunità ebraica locale; all'interno un'iscrizione riporta le date di inizio e fine dei lavori, conclusi in meno di un anno. Oltre alla sala di preghiera ci sono altri ambienti, che probabilmente ospitavano i bagni rituali e una scuola talmudica. Dopo la Sinagoga visitiamo il Museo Taurino, dedicato alle glorie della corrida locale.
Continuiamo il nostro piacevole camminare tra le stradine di questo meraviglioso quartiere e, senza accorgercene, ci troviamo in calle Cardenal Herrero: davanti a noi la maestosità della Torre del Alminar, l'antico minareto che oggi fa da campanile della Cattedrale. La grande Moschea di Cordova, oggi Cattedrale dell'Immacolata Concezione, è una delle principali espressioni dell'arte islamica e, insieme, dell'architettura gotica e rinascimentale dell'Andalusia; con l'Alhambra di Granada, l'Aljafería di Saragozza e la Giralda di Siviglia è la più prestigiosa testimonianza della presenza islamica in Spagna tra l'VIII e il XV secolo.
Purtroppo per noi la visita è rimandata: quel giorno, domenica, la Cattedrale faceva una pausa per le funzioni dalle 11.30 alle 15. Niente di grave: proseguiamo verso il Guadalquivir e arriviamo in Plaza del Triunfo, con il monumento del Triunfo de San Rafael, una delle tante testimonianze del culto di questo santo a Cordova, e poco più in là la Puerta del Puente. La leggenda narra che, quando la peste devastava la città, l'arcangelo Raffaele apparve al sacerdote Andrés de las Roelas, gravemente malato, e gli rivelò che avrebbe salvato Cordova dal contagio.
Sono le 13.30: ci fermiamo nelle vicinanze per mangiare qualcosa e alle 15 andiamo alla Mezquita. Acquistiamo due biglietti per adulti (nel 2015 pagammo 16 euro in tutto; i bambini piccoli non pagavano) ed entriamo.
La costruzione sorge dove si ergeva l'antica chiesa visigota di San Vincenzo, non lontano dal Guadalquivir. Dopo la conquista musulmana, l'emiro ʿAbd al-Raḥmān I fece demolire la chiesa e nel 785 avviò la costruzione della grande moschea, che nei secoli successivi fu ingrandita più volte: da ʿAbd al-Raḥmān II nel IX secolo, da al-Ḥakam II nel X e infine da Almanzor nel 987, fino a coprire circa 23.000 metri quadrati e a diventare una delle più grandi moschee del mondo islamico del tempo. Oggi si presenta come un grande quadrilatero di circa 180 metri per 130, con 19 navate e 856 colonne sormontate da capitelli di stili diversi; sulle colonne poggiano doppie arcate in mattoni e pietra bianca, sovrapposte l'una all'altra, che permettono di avere un soffitto molto alto e donano all'edificio un'impressione di leggerezza.
Il miḥrāb, la nicchia che in una moschea indica la direzione della Mecca, dovrebbe essere rivolto a sud-est, invece punta a sud: secondo la tradizione ʿAbd al-Raḥmān I, nostalgico di Damasco da cui era fuggito dopo l'ascesa degli Abbasidi, volle orientarlo come quello della grande moschea di Damasco. L'edificio iniziale comprendeva un cortile, il Patio de los Naranjos, circondato da un muro di cinta, e la sala di preghiera rettangolare, con 11 navate separate da eleganti colonne di marmo. Ogni volta che le navate furono allungate, il miḥrāb dovette essere ricostruito: quello attuale, realizzato con l'aiuto di artisti bizantini, è un capolavoro decorato con splendidi mosaici, con la volta a conchiglia ricavata da un unico blocco di marmo. Con l'ampliamento di Almanzor, impossibile verso il fiume, furono aggiunte otto navate sul lato est, quasi raddoppiando l'estensione dell'edificio: si dice che la moschea arrivasse allora a contare 1.293 colonne.
Nel 1236 Cordova fu riconquistata dai cristiani di Ferdinando III di Castiglia e la moschea fu convertita in cattedrale. Nel XVI secolo il clero di Cordova decise di dotare la città di un edificio più sontuoso e alla moda del tempo: il progetto prevedeva la demolizione di una parte importante del centro dell'edificio, rompendo la prospettiva della foresta di colonne, per inserirvi una cattedrale cristiana. Il progetto fu contrastato e oggetto di forti polemiche, e la costruzione fu avviata solo dopo l'intervento dell'imperatore Carlo V. Il risultato è una meraviglia architettonica che fonde gotico, rinascimento e barocco, anche se ha interrotto la continuità delle colonne riducendone il numero alle attuali 856. Si racconta che, vedendo l'opera finita, lo stesso Carlo V abbia detto: "Avete costruito qualcosa che si può vedere ovunque, distruggendo qualcosa che era unico al mondo". Nel 2010 la zecca spagnola ha dedicato una moneta commemorativa da 2 euro alla Mezquita. Dopo questa meraviglia restiamo in centro per la cena, poi rientriamo in hotel.
L'indomani, 10 agosto, torniamo nel centro storico, percorriamo il Ponte romano oltre la Puerta del Puente e raggiungiamo la Torre de la Calahorra, una fortezza di origine islamica costruita a protezione del ponte, sulla riva sinistra del Guadalquivir. Fu modificata per volere di Enrico II di Trastámara, che per difendersi dal fratello Pietro I di Castiglia vi aggiunse una terza torre alle due esistenti. Nel 1931 fu dichiarata monumento storico-artistico e dal 1987 ospita un museo che racconta il periodo di massimo splendore di Cordova, quando era la capitale di al-Andalus e luogo d'incontro delle culture cristiana, ebraica e musulmana. All'ingresso ci consegnano delle cuffie per ascoltare la spiegazione di ciò che si vede nelle otto sale del museo, su due piani; infine saliamo sulla terrazza per godere della vista sulla città.
Lasciamo la Torre de la Calahorra, costeggiamo il Guadalquivir e lo riattraversiamo sul moderno ponte di Miraflores, poi saliamo per calle San Fernando, dove ci soffermiamo ad ammirare ciò che resta del Tempio romano, fino a raggiungere Plaza de Don Gome e il Palacio de Viana. Il palazzo, di origine quattrocentesca, si sviluppa intorno a dodici magnifici cortili e a un giardino; oggi è un museo che conserva collezioni di ogni genere: dipinti, piatti, piastrelle, tappeti e armi da fuoco.
Lasciamo il Palacio de Viana e torniamo sui nostri passi. L'ideale sarebbe trascorrere quest'ultima serata nel cuore di Cordova, ma le nostre piccole principesse ci chiedono di essere clementi ed esprimono il desiderio di passare qualche ora in piscina: non ci resta che accontentarle. Recuperiamo l'auto e torniamo in hotel, dove ci rilassiamo e ceniamo (non è affatto male).
L'11 agosto salutiamo anche questa splendida città e ci mettiamo in viaggio per raggiungere Canet d'En Berenguer, a 550 chilometri, verso nord-est: Canet si trova a soli 30 chilometri da Valencia. Raggiungiamo l'hotel dove resteremo sette giorni, sperando in mare, sole e relax. Sinceramente non conoscevo questa località, che si è rivelata davvero eccezionale.
Canet d'En Berenguer non ha nulla di storico: il paese vecchio si trova a meno di un chilometro dalla costa, ha una superficie di soli 4 chilometri quadrati e pochi abitanti; ma sulla costa ci sono tantissime abitazioni moderne, ville e strutture ricettive che d'estate accolgono migliaia di turisti. La spiaggia è lunga circa un chilometro e duecento metri, completamente libera ma tenuta benissimo, con fontanelle, docce e chioschi bar; un tratto è attrezzato per le persone con disabilità. Non ci resta che divertirci: tra la playa, la piscina, i giardini, il ristorante dell'hotel e gli spettacoli serali organizzati sia dall'hotel sia dal comune nella piazza del paese, i giorni passano velocemente.
Nel pomeriggio del quarto giorno, 14 agosto, decidiamo di visitare la vicinissima città di Sagunto, e in particolare il Teatro romano e il Castello. La città è divisa in due: la parte vecchia conserva l'aspetto di un borgo medievale, circondato da mura e caratterizzato da stradine sinuose e anguste; la parte nuova si è sviluppata attorno all'antica strada principale e ha via via inglobato i sobborghi di un tempo. Ci immergiamo nelle viuzze della Judería, l'antico quartiere ebraico, passando per un arco in calle del Castillo: è facile perdersi tra le strade strette e tortuose, incantati dalle case imbiancate a calce.
Lasciamo il quartiere ebraico e raggiungiamo il Teatro romano. Risale al I secolo, ha forma semicircolare ed è in parte ricavato dal fianco della collina, con molte gradinate scavate nella roccia. Fu dichiarato monumento nazionale già nel 1896 e, dopo secoli di abbandono, gli architetti Giorgio Grassi e Manuel Portaceli hanno eseguito un discusso progetto di restauro e consolidamento che lo ha reso adatto agli spettacoli. Subito alle spalle del teatro, immenso e possente, c'è il Castello: le sue mura, lunghe quasi un chilometro, raccontano la storia della città dall'assedio cartaginese ai Romani, dagli Arabi ai cristiani. Il complesso si divide in sette piazze, tra cui una con i resti del foro romano, cisterne e templi, la Plaza de la Conejera, un tempo fortezza araba, la Plaza de la Ciudadela, e ancora la Plaza del Dos de Mayo, la Plaza de San Fernando e la Plaza de los Estudiantes. Il Castello è stato dichiarato monumento nazionale nel 1931. Terminata la visita, rientriamo in hotel.
La mattina del 15 agosto il tempo non è dei migliori per la spiaggia, quindi decidiamo di andare verso Valencia, e più esattamente al Parco naturale dell'Albufera. Il nome, di origine araba, significa "il piccolo mare". Il parco si estende per poco più di 21.000 ettari ed è separato dal mare da una sottile striscia di sabbia e da una pineta; è parco naturale dal 1986. L'Albufera è una laguna poco profonda (in media circa un metro) a sud della città, di grande interesse ambientale e luogo di svernamento per molte specie di uccelli. Da sempre le sue acque sono servite al sostentamento dei pescatori e delle popolazioni vicine, e sono fondamentali per irrigare le risaie dei dintorni.
L'Albufera è considerata la culla della paella: si racconta che il famoso piatto valenciano sia nato proprio qui. Oltre alla paella si possono assaggiare i piatti tipici della cucina valenciana, come l'arroz a banda e l'all i pebre, lo spezzatino di anguille pescate nella laguna, e molto altro. La pesca nella laguna fu regolata già nel XIII secolo, quando un gruppo di abitanti di Valencia si stabilì nell'area che oggi corrisponde al paese di El Palmar; si tramanda che la concessione prevedesse di versare un quinto del pescato. Nel 1865 il lago e il litorale passarono allo Stato, dopo secoli di proprietà della Corona, e all'inizio del Novecento furono ceduti alla città di Valencia.
Per pranzo restiamo a El Palmar, dove si concentra un gran numero di ristoranti, e come tradizione vuole ordiniamo una mega paella valenciana (squisita). Rientriamo a Canet e, visto che il tempo è decisamente migliorato, passiamo il pomeriggio in piscina; dopo cena, per Ferragosto, l'hotel ha organizzato uno spettacolo serale diverso dal solito, con ballerini, maghi e ospiti esterni (ottima serata).
I giorni dal 16 al 18 agosto li trascorriamo in totale relax tra la playa e la piscina; l'ultimo giorno la malinconia incalza. Il 19 agosto cominciamo a mettere via le nostre cose: potremmo restare in hotel fino al pomeriggio e partire dopo pranzo, ma considerando la distanza fino al porto di Barcellona (circa 330 chilometri) decidiamo di lasciare l'hotel subito dopo colazione, anche se sappiamo benissimo che bastano poco più di tre ore. Poco prima delle 14 arriviamo a Barcellona e ci accorgiamo che il vero motivo di una partenza così anticipata era tornare in alcuni luoghi che ci erano tanto piaciuti nel viaggio dell'anno precedente.
Raggiungiamo Plaça de Catalunya, lasciamo l'auto nel parcheggio sotto la piazza e ci incamminiamo sulla famosa Rambla, dove gustiamo delle tapas e sorseggiamo due ottime cervezas. Dopo lo spuntino visitiamo la Cattedrale e infine torniamo verso il porto e saliamo sul Montjuïc, il promontorio a sud della città, proprio sopra il porto. Il nome deriva dal catalano medievale e significa "monte degli ebrei", probabilmente per la presenza di un antico cimitero ebraico sul fianco della collina. Sul promontorio si trovano lo Stadio olimpico, costruito alla fine degli anni Venti, il Castell de Montjuïc, nella parte più alta, che risale alla fine del XVII secolo, e il Palau Sant Jordi, costruito per le Olimpiadi del 1992 e utilizzato per eventi sportivi e concerti. Il Montjuïc si può raggiungere anche in funivia o in funicolare; noi saliamo in auto, ma ci resta solo il tempo per una foto panoramica sulla città prima di tornare al terminal dei traghetti, ritirare le carte d'imbarco e partire.
Che dire? Dal giorno della partenza, quando la nostra nave aveva la prua rivolta verso la Spagna, sono passati ben 22 giorni, volati via come se fossero minuti. Partiamo con le valigie piene di roba da lavare, ma con l'animo pieno di cose favolose da portare con noi. Tutti i luoghi che abbiamo visitato hanno lasciato in noi un ricordo indelebile, dalla modernità della Città delle Scienze di Valencia all'antica Cattedrale di Siviglia, dall'imponente Castello di Sagunto alla piccola Sinagoga di Cordova; ma soprattutto il ricordo di tutte le persone che abbiamo incontrato in questa favolosa avventura, viaggiatori come noi o addetti di hotel, bar e ristoranti. Grazie a tutti coloro che leggeranno questo diario di viaggio e, soprattutto, grazie al buon Dio per averci accompagnato negli oltre 3.000 chilometri percorsi.
Grazie!
Il viaggio raccontato è dell'estate 2015: prezzi, orari e collegamenti citati si riferiscono a quel periodo. Per l'Alhambra l'ingresso ai Palazzi Nasridi è a fasce orarie e d'estate i biglietti finiscono con largo anticipo: conviene prenotare online sul sito ufficiale. Anche per la Mezquita, l'Alcázar e la Cattedrale di Siviglia orari e biglietti cambiano spesso. I traghetti dall'Italia per Barcellona, pedaggi e zone a basse emissioni nelle città spagnole: da verificare prima di partire. In luglio e agosto in Andalusia si superano spesso i 40 gradi: meglio visitare la mattina presto e la sera.